“Overthinking” fa più figo di “seghe mentali”?

“Overthinking” fa più figo di “seghe mentali”?



In questo articolo parliamo di:

Non stai vivendo il presente

La scienza ha scoperto che almeno due terzi delle nostre giornate vengono dedicati a non vivere il presente. Eppure il presente è la nostra realtà immediata e più viva. Cosa facciamo, allora, quando non viviamo il presente? Semplice: parliamo a noi stessi. Pensiamo, pensiamo e pensiamo e ci parliamo addosso. Tecnicamente si chiama overthinking. Quel susseguirsi di pensieri che non è piacevole. Non è piacevole non solo perché è un loop ingabbiante. Ma anche perché spesso è un loop che ci porta a pensare a cose negative. A temere cose che non ci sono e a ripetercele, ripetercele in testa.

Nel film 32 Dicembre, Luciano De Crescenzo lo spiega bene. “Per essere felici bisogna saper vivere il presente”. De Crescenzo traccia il profilo di un overthinker che passa le sue giornate proiettato nel passato (il monte di ricordi e rimpianti) o nel futuro (una realtà che ancora non si è verificata e dunque non è controllabile). Ma il saggio è colui che “realizza il presente”. Colui che quando ha sete beve e si gode il momento pensando “quanto è bello bere”. Che quando ha fame mangia e si gode il momento pensa “quanto è bello mangiare”.

Se tu in questo momento non riesci a goderti il presente perché hai la testa invasa da pensieri, probabilmente sei vittima di overthinking. O meglio - e ci scuserai se andiamo al sodo, usando termini meno tecnici ma più efficaci - ti fai troppe seghe mentali!

La scienza delle seghe mentali: l’inner voice

Ethan Kross - psicologo e docente di Psicologia all’Università del Michigan - si è occupato spesso di questo tema nella sua ricerca. Egli è autore di Quella voce nella tua testa.

Perché siamo overthinker? Ebbene, la nostra specie si è evoluta per essere in grado di riflettere sulla propria condizione attuale e sulla propria vita in generale. Esatto. La nostra voce interiore è uno strumento evolutivo. Perché deriva dal linguaggio. E il linguaggio è un dono, se usato bene. Il linguaggio è qualcosa che abbiamo creato per decifrare il mondo, per orientarci nella vita. Il linguaggio ci permette di capire e spiegare. Il linguaggio ci permette di pianificare e simulare. Dunque il linguaggio è utilissimo nella risoluzione dei problemi. Ma quando il linguaggio diventa interiore ecco che entra in gioco l’overthinking. Ed ecco che questa funzione di problem solving, spesso e volentieri, si perde del tutto. Parliamo con noi stessi un sacco di tempo. Eccoci lì mentre pensiamo ai nostri problemi e non troviamo nemmeno mezza soluzione, ma finiamo con il rimuginare e arrivare al catastrofismo. Nulla di utile, dunque. Nulla di fruttuoso e nulla di buono per il nostro benessere.

Questo potente tool evolutivo - la nostra voce interiore - diventa il nostro secondino in un carcere mentale, in un ciclo (infinito di pensieri) dal quale non riusciamo a uscire.

La chiave per il benessere personale non è far tacere la voce interiore. Anche perché sarebbe come gettare via uno strumento fondamentale che abbiamo in garage, o un elettrodomestico fenomenale che abbiamo in cucina solo perché non sappiamo ancora come usarlo bene. La chiave per il benessere non è far tacere la voce interiore ma educarla perché ci guidi, ci motivi, ci faccia ragionare. Come?

Non è sempre facile. E non abbiamo la pretesa di risolvere ogni tuo problema con un articolo. Potresti aver bisogno dell’aiuto di uno psicoterapeuta. E non ci sarebbe nulla di male. Ci auguriamo che questo articolo ti dia spunti per riflettere su di te. Sarai poi tu in grado di trovare il percorso giusto da seguire, se vuoi stare bene davvero.

La psicoterapia del Buddha

Ci permettiamo di aver usato (nel titolo e nell’articolo) termini poco galanti perché siamo accademicamente autorizzati a farlo! Ha cominciato lo psicologo e scrittore Giulio Cesare Giacobbe a etichettare così l’overthinking. Un suo libro è infatti Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita.

Secondo Giacobbe, dire a un overthinker di smettere di pensare è come dirgli di smettere di respirare. Semplicemente non può. Lo psicologo aggiunge anche uno spunto ulteriore: la nostra incapacità di goderci un momento “senza pensare” può derivare da traumi pregressi o esperienze pregresse. Tutte cose che causano i nodi e le tensioni che producono il pensiero continuo e assillante.

Citiamo Giacobbe perché egli, appassionato anche di filosofie orientali, in una sua intervista sul libro fa una interessante disamina su Buddha. E questa disamina contiene tanti elementi che possono mostrarti cosa è una vita felice. Se De Crescenzo, poco fa, ci parlava del “saggio” che si dedica al presente ed è felice, beh, chi è più saggio di Buddha, in tal senso? Spiega Giacobbe che Buddha ricercò “la via che conduce alla non sofferenza”. Ma tale percorso di ricerca non è soltanto qualcosa di spirituale. La sofferenza cui si riferiva Buddha era qualcosa di molto scientifico. Legato al nostro cervello umano. Perché era proprio la sofferenza nevrotica dell’overthinker. Guidare la mente, dunque, è tutto. Non ci piace usare il termine “controllare” perché tentare il controllo è una fonte ulteriore di sofferenza e fatica. Guidare. Distaccarsi dai pensieri osservandoli dall’esterno. Osservare il mondo che ci circonda. Buddha - spiega ancora Giacobbe - realizzò ben presto l’impermanenza dei fenomeni. Osservando il mondo esterno ti rendi conto di quante cose siano fugaci, effimere, passeggiare. E dunque questa consapevolezza ti toglie il senso del possesso o meglio il senso, appunto, di controllo. Il linguaggio interiore della nostra inner voice che cos’è se non un tentativo di controllare gli eventi? Se io simulo eventi futuri nella mia mente - preparandomi migliaia di volte a uno scenario infausto che nemmeno so se accadrà o meno - sto cercando di anticipare il futuro. Di controllarlo. Ma non posso fare una cosa del genere. Non conosco il futuro, non so cosa accadrà. Per ora mi sto solo guastando il presente, rimuginando e rimuginando con le mie voci interiori.

Questo lo spiega anche lo psichiatra Abraham J. Twerski. Secondo Twerski, l’atteggiamento è quel che fa la differenza. Egli scrive: “Le peggiori calamità - terremoti, incendi e disastri terribili - sono fenomeni che sicuramente accadono. Tuttavia, se non sai vedere altro che catastrofi, probabilmente esse non fanno parte della vita reale, ma del tuo mondo interiore. La vita è piena di opportunità, e se le sfrutti puoi anche avere successo”

Ma qual è il consiglio di Giacobbe per l’individuo assorbito da nevrosi, paure e pensieri ossessivi? Mettersi in terapia, secondo lui. E le tecniche di benessere interiore? La meditazione, ad esempio?

Secondo lui la meditazione ha valore solo se è davvero impregnata del valore che la meditazione ha per la filosofia orientale. Giacobbe invita ad evitare la “fuffa” di chi vuole solo venderci corsi. E a questo appello ci uniamo anche noi. Fare yoga e meditare significa raggiungere un livello di illuminazione, ed è ben diverso da quello che insegnanti improvvisati o improvvisate ci mostrano sui social, insegnandoci al massimo a fare qualche posa plastica o qualche stretching cool da postare nelle stories. La meditazione è un percorso difficile, che è funzionale solo se davvero ti porta a dominare il pensiero. Meditare vuol dire saper respirare. Saper seguire il tuo respiro finché non smetti di pensare. Finché non trovi il vuoto mentale.

Raggiungere lo zen significa guardare quel che ci succede intorno. Smettendo di pensare.

E attenzione: smettere di pensare non per forza è la via giusta. Nessuno di noi è un eremita o un monaco mendicante o un guru. Ma a noi non serve svuotare la mente del tutto. Dunque, se non vogliamo smettere di pensare, allora facciamo in modo che zen - per noi - significhi smettere di farsele, queste maledette seghe mentali.

Consiglio pratico: Accorgiti di avere un problema

Detto questo, cerchiamo per l’appunto di trovare ulteriori strumenti pratici e quotidiani. Visto che nessuno di noi è Buddha! Ecco, come primo passo puoi cominciare dall’accorgerti. Accorgerti se la tua mente ha preso il binario dell’overthinking. Accorgerti di qualcosa è già il primo passo per attestare un problema e capire come risolverlo. Ma di cosa devi accorgerti? Come distinguere se stai solamente dialogando con la tua voce interiore o se stai, invece, facendoti una sega mentale?

Beh, nota queste due cose:

  1. Stai diventando catastrofista. Hai appena scontrato uno spigolo con il gomito. Il gomito ti fa male. Cerchi su Google cosa vuol dire se il gomito ti fa male. Google, simpatico come sempre, ti dice che hai tre giorni di vita. Ti convinci che hai tre giorni di vita. Inizi a pensare a quali medici visitare, in quale luogo sacro andare per chiedere la grazia, cosa lasciare ai tuoi eredi. Stai diventando catastrofista su paure infondate, non controllabili e non dimostrabili. Anzi, tempo che hai finito di rimuginare, il dolore al gomito ti è passato da solo. Quando imbocchi questo sentiero cerca di renderti conto del fatto che stai rimuginando senza avere nessuna pragmatica o scientifica base per intervenire. E non hai nemmeno basi solidi che giustifichino una tale preoccupazione! Fatto questo capirai che la cosa migliore da fare è placarti. Distrarti o attendere.
  2. Stai smettendo di essere un buon ascoltatore. Quando ti dedichi troppo all’overthinking vuol dire che sei perso così tanto nei tuoi pensieri da non essere più in grado di ascoltare gli altri. Ecco un’altra cosa della quale accorgersi, dunque. Se nelle conversazioni con gli altri sei così preso da te stesso (”oddio, ma avrò qualcosa nei denti?” “ma perché ha detto questa frase? Forse mi odia?” “oh cielo, ma domani è lunedì? Devo tornare al lavoro?”) da non riuscire a seguire il dialogo, beh, allora hai un problema. Ma puoi sempre accorgertene. E anche per rispetto ed empatia verso gli altri esseri umani, capire che è tempo di dedicare attenzione alle persone in maniera degna e presente. Questo non solo ti renderà un ascoltatore migliore, un migliore amico e partner. Ma ti permetterà di ascoltare le nutrienti e interessanti voci esteriori, delle persone, e silenziare per un attimo la logorante e assillante voce interiore.

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