Cristalli, fisica quantistica e altri mostri

Cristalli, fisica quantistica e altri mostri



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Quando si parla di scienza immagino si entri in un dibattito iper-spinoso, e lo si fa ancor più se si pensa a quanto successo nell’ultimo triennio con le polemiche su Covid-19, lockdown, vaccini, e conseguentemente su scienza, etica e figura stessa dello scienziato. Tuttavia, con questo articolo cercherò mio malgrado di aggirare tutto quanto concerne questi argomenti, e di arrivare immediatamente al fulcro di ciò che voglio affermare: il Kintsugi Project è un progetto di autoterapia ed evoluzione personale che pianta le sue fondamenta nel metodo scientifico. Ma cosa vorrebbe dire ciò, di preciso?

Potrei dare una prima risposta, che va a premere un po’ sul bottone più “poetico” della questione: perché crediamo che non ci sia niente di più potente ed efficace di un metodo filosofico che, nel suo basarsi su cicli continui di ricerca, apprendimento, strutturazione dei dati, sperimentazione e validazione, ha iniziato una fase di trasformazione radicale del pre-esistente, generando benessere per la nostra specie più di quanto ogni dottrina politica abbia mai fatto. Ok, non viviamo in tempi perfetti (ma chi può mai dire di averlo fatto?), ma se ci sforziamo di guardare alla realtà oggettiva dei fatti è comunque vero che le innovazioni scientifiche e tecnologiche degli ultimi 400 anni ci hanno portato a godere di molto più tempo libero, decenni di vita più sana, tecnologie di viaggio iper-rapido, e finanche della prospettiva di lasciare l’orbita del nostro pianeta ed esplorare i misteri stessi dell’universo. Il progresso non è mai una linea retta o una progressione continua e, precisiamolo ancora una volta, è chiaro che la contemporaneità abbia i suoi problemi da risolvere, ma proviamo solo per un attimo a comparare l’esistenza umana pre-rivoluzione scientifica a quella odierna: sono praticamente certo che, salvo qualche radicale estremista, anche i detrattori più incrollabili della contemporaneità sceglierebbero l’esistenza odierna; tutti gli altri invece, è molto probabile che rimpiangeranno i mali contemporanei alla prima prospettiva di subire un’operazione senza anestesia o di morire per infezione al primo taglio. Se insomma in qualcuno lì fuori è ancora vivo il sogno fantascientifico di un tempo, quell’immaginario di un futuro straordinario e lucente, fatto di teletrasporti, longevità, pace e tecnologie incredibili, è importante sottolineare che è proprio lì che psicologicamente e filosoficamente vogliamo fare arrivare chi cammina con noi.

“Possiamo provare ad applicare una vera e propria “rivoluzione scientifica” alla storia di ogni individuo?”

Va bene, quest’immagine della scienza come “forza filosofica riplasmante” di un’iniziale “materia grezza” può funzionare per qualcuno ma non essere ugualmente efficace per tutti. Molti lì fuori potrebbero essere completamente disillusi o risentiti nei confronti di ciò che scienza e tecnologia hanno prodotto; oppure potrebbero giustamente necessitare di una risposta più concreta e pragmatica. Proviamo quindi ad abbandonare almeno parte delle nostre astrazioni, e a guardare più da vicino alla nostra stessa natura: per quanto ne sappiamo finora, il nostro sistema di pensieri ed emozioni è regolato da un equilibrio sottile tra due livelli gerarchici: uno psicologico, fatto di storie ed esperienze, e un secondo livello alla sua “base”, puramente biologico, fatto di cellule e impulsi scambiati tra le stesse. Prendiamo magari la metafora banalissima, e in parte semplificante, del fatto che come dei computer abbiamo un livello hardware, fisico, e uno software, fatto di applicazioni e sistemi che vi “girano”. Ora: sebbene il livello più astratto, quello “software”, possa funzionare a volte “abbastanza bene” persino sulla base di storie false, dogmi, preconcetti o verità parziali (o come si suol dire “bene ma non benissimo”, ma questo lo vedremo più nel dettaglio tra poco), tuttavia entrambi questi livelli sono, in misure diverse, “estremamente vulnerabili alla realtà”. Possiamo narrarci delle fuffaggini New Age alla “The Secret” secondo cui il credere in qualcosa lo farà automaticamente apparire, oppure possiamo provare a dirci che smetteremo di essere depressi nel momento stesso in cui “decidiamo" così (come sì tanti fuffa-guru ancora oggi professano), ma la nostra biologia prima o poi si ribellerà e la realtà stessa alla sua base dovrà imporre il proprio “no”. Possiamo rimandare la risposta se vogliamo, rimandare l’esperimento. Possiamo chiedere alla realtà di farci credito quanto vogliamo, ma la verità è che più tempo passerà e più sarà doloroso il momento in cui essa ci chiederà di saldare il conto.

Pertanto, mi sento di credere fermamente che un’esistenza brillante, significativa, degna di essere vissuta, possa nascere solo da un amore assoluto nei confronti della realtà e da una sua analisi che sia giusta, scientifica, onesta. Da un esplorare il mondo, e ciò che lo abita, con un genuino senso di curiosità, sperimentazione, senso critico, desiderio di imparare dai propri errori e volontà di far propria soprattutto qualche verità sconveniente. Tutti principi che magari faranno già parte della filosofia individuale di alcuni di voi eppure mi preme sottolinearlo visto come tanta, troppa cattiva crescita personale continui a spacciare per buoni tanti strumenti affascinanti che, però, di attinenza con la realtà hanno poco o nulla. Energie vitali, astri, fisica dei quanti usata a casaccio, fuffa neuro-linguistica, poteri curativi di questa o quella affermazione: tutti elementi straordinariamente accattivanti ma, allo stesso modo, potenziali fonti di catastrofi ogniqualvolta li prendiamo troppo sul serio.

 

 “Ogni sistema che ignora la realtà non può che essere terribilmente fragile.”

Attenzione però: questo vuol dire che “Ogni nostro pensiero deve essere scientifico”? Che ogni nostra mossa deve essere assolutamente razionale? Che ogni nostro passo nel mondo deve piegarsi a numeri, dati ed esperimenti? Ovviamente no, e qui ritorniamo al nostro “livello” più astratto, quello psicologico, fatto di storie, esperienze, miti e reinterpretazioni concettuali di quanto avviene nel “livello hardware”. Non possiamo pensare di alimentare per sempre questo substrato con storie e immagini che crolleranno rovinosamente di fronte al primo scorcio di realtà; però è anche indubbio che, a volte, la realtà va almeno in parte sfidata, provocata. Qualche distorsione, qualche sopravvalutazione, qualche mito ci sono a volte necessari. Questo dà quindi improvvisamente ragione alle stupidaggini “New Age” alla “The Secret”? Certo che no! Molti di noi tuttavia continueranno, a ragione, ad aver bisogno dei propri miti, delle proprie fedi, dei propri rituali. E probabilmente tutti avremo sempre e comunque bisogno di convivere con un “bit” di irrazionalità e caos nelle nostre vite. Perché sì, ci serve pensare di poter vincere una battaglia anche quando ogni probabilità oggettiva ci rema contro. Abbiamo bisogno di tenere con noi questa scaglia di greco “Dionisiaco” purché però, riusciamo a convogliarlo e non consentirgli di prendere completamente il sopravvento. Possiamo anche somministrare alla nostra mente qualcosa di caotico e illogico purché non lo scambiamo per un metodo per dare ordine al mondo. Darci occasione di potenziarci anche attraverso gli “effetti placebo” di una sciocchezza; l’importante è non scambiare la stessa per il farmaco e non interrompere, a causa del temporaneo sollievo che ne otteniamo, la ricerca del “quid” più solido, effettivo, reale, su cui lavorare per risolvere i nostri problemi.

 

“Possiamo, o addirittura dovremmo, puntare alla “Caostasìa”, all’usare il nostro caos razionalmente; possiamo imbracciare i nostri miti e le nostre storie per provare a ripensare e sfidare la realtà. L’importante è farlo ricordandoci di tornare, almeno quando ciò si fa necessario, coi piedi per terra. Non si esce dal gioco degli equilibri.”

A voler lanciare una provocazione intellettuale, per esempio, proviamo a dire che sì, potremmo anche trovare significato e propulsione nella “Legge di attrazione”, o nella nostra capacità di “Proiettare le nostre energie quantiche sul mondo” (qualunque cosa ciò significhi). 

Se questo si trasforma in un trampolino di lancio con cui essere spietatamente concentrati e impegnati sulla costruzione del nostro obiettivo, in fondo, perché no? E’ chiaro tuttavia che la stessa narrazione sarà il nostro peggiore nemico qualora la trasformiamo in inazione e attesa che le cose cambino in una qualche “magica risonanza con i nostri pensieri”; da cui, potrebbe risultarci molto più utile e sostenibile adottare quella “mentalità da scienziati” necessaria per capire che il progresso ottenuto è proprio nel nostro impegno, piuttosto che nella storia che ci ha portato a veicolarlo. Spostarci da ciò che ci risulta semplice, familiare, affascinante, verso ciò che ci serve, ciò che funziona. Usare anche il semplice e familiare come esca, ma poi sottoporci alla “doccia fredda” necessaria per andare proprio laddove la realtà offre le sue opportunità più ricche e varie: nel disagio dato dal ristrutturare i propri miti e le proprie credenze. Il che ci fa tornare a quanto detto all’inizio, al fatto che che, forse, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per un vero progresso nella nostra esistenza è un giusto metodo di indagine. 

Ti saluto infine con un principio che reputo alla base di tutto il nostro lavoro: questa mentalità scientifica è l’anima del nostro tentativo di creare una “nuova crescita personale”, qualcosa che punti a lasciarsi alle spalle i dogmi dei guru e i vuoti slogan delle folle galvanizzate, per invitare invece a un percorso di crescita che sia condiviso, sperimentale, e abbia come reale fulcro un eccitante e implacabile mettere, mettersi e soprattutto metterCI in discussione. I guru appartengono al vecchio millennio, è arrivata l’era della “crescita personale scientifica”.

“Il fascino di una buona storia può spesso guidarci verso la strada giusta. Ma il rischio è di smarrirla presto se non si accompagna il tutto a un desiderio di capire di più, e di farlo anche a discapito della stessa storia iniziale. L’impulso primordiale di un mito può essere un’ottima forza iniziale con cui tendere l’arco, ma poi la freccia va direzionata con focus, analisi del vento e ispezione del bersaglio.” 


Danilo Lapegna
Kintsugi Project Founder e CEO

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Danilo Lapegna

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