Essere complottisti è l'unica cosa sensata, oggi!

Essere complottisti è l'unica cosa sensata, oggi!



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Il titolo ovviamente qui è una "bieca provocazione". Provate però a seguirmi per un attimo: le teorie complottiste sono un "risultato inevitabile" della nostra realtà. La nostra natura è infatti caratterizzata da una lotta "infinita" tra due aspetti fondamentali: da una parte, la nostra impossibilità pratica di verificare ogni "bit" di informazione che giunge alla nostra attenzione (e quindi, necessità di scegliere di chi "fidarsi"); dall'altra, l'intrinseca complessità di una realtà in costante evoluzione e sempre più esosa di iper-specializzazione. La vera e propria "tensione" tra questi due aspetti, a mio avviso, non ha soluzioni immediate né facilmente applicabili.
Molti lì fuori infatti provano, giustamente, a fornire quotidianamente risposte ben architettate al perché dovremmo scegliere la scienza rispetto alla magia, o la spiegazione razionale rispetto a quella dogmatica; ma la verità è che troppe di queste risposte, ancor oggi, si scontrano con la limitatezza dei meccanismi neurali di cui siamo dotati, a fronte di un universo informativo sempre più vasto e difficile da comprendere in tutte le sue sfumature. In un simile contesto le teorie del complotto, un po' come tutte le risposte semplici, forniscono una vera e propria fonte di sollievo; una "chiave universale" cui poter gestire finalmente l'infinita complessità del mondo. Se facciamo nostre tali risposte abbiamo "finalmente capito", ma soprattutto "siamo quelli intelligenti", "siamo quelli svegli", il che si fa dopaminicamente ancora più attraente se comparato all'idea che "gli altri invece stanno ancora ponendosi delle domande". Come possiamo quindi combattere qualcosa di così biologicamente radicato nel nostro DNA? Come possiamo pensare di "smontare" la fame di narrazioni facili alla quale sicuramente anche i più "svegli" tra noi finiranno a tratti per cedere?

 

Il senso critico non basta

Fare maggiormente appello al senso critico e al rifiuto delle risposte semplici è sicuramente un ottimo punto di partenza, pur non risolvendo il problema nel complesso. Noto infatti che, nel guidare verso questo tipo di approccio al pensiero, quella che serve e spesso manca, è tanta, tantissima gentilezza. Non possiamo sperare che tutto d'un tratto gli altri rimpiazzino il comfort delle risposte semplici con l'ignoto che gli stiamo dando, proprio come non è pensabile insegnare a qualcuno a nuotare gettandolo per la prima volta in una piscina gelida. Se vogliamo invogliare a un più potente amore per la complessità dobbiamo provare anche a fornire conforto, una guida, qualcosa che "rimpiazzi" il senso di pienezza e determinazione dato dalla semplicità di partenza. Chiaro poi che dall'altra parte si potrebbe alzare comunque un "muro", ma il punto è: nessuno nella storia, probabilmente, ha mai persuaso attaccando gli altrui valori, o ferendo l'altrui orgoglio. Per quale motivo in questo caso dovrebbe "magicamente" (!) cominciare a funzionare?
Dovremmo ricordarcelo sempre: uno dei più rilevanti motivi per cui ci rifiutiamo di cambiare idea è che è difficilissimo ammettere di avere sbagliato. L'idea di fare un passo indietro e "riaprire" un processo di indagine per una convinzione già maturata può risultarci insostenibile. Si tratta di un atto che richiede una certa sensazione di "sentirsi al sicuro", e che pertanto può essere invogliato solo attraverso i giusti "input gentili". Se proprio vogliamo incoraggiarlo, dobbiamo divenire gli alfieri primi di una "ammissione empatica dell'errore". Dobbiamo, in ogni nostro atto comunicativo, mostrare sempre meno l'errore come sconfitta, e sempre più come spunto informativo di valore nel proprio relazionarsi col mondo. Il che va a braccetto con un giusto imparare a (e insegnare come) navigare nell'incertezza, un saper renderla una fonte di potenziale. Più accetteremo, e sapremo comunicare come accettabile, il fatto che va bene non avere tutte le risposte, e più ci sentiremo liberi di esplorare la realtà senza il costante "peso" dell'ignoto. E pertanto, potremo farlo con meno rischio di accettare quella "dolce sensazione" di liberazione che arriva quando l'ultima "stupidaggine" dogmatica ci libera da tale peso.

 

L'unica soluzione "definitiva" al problema conoscitivo?

Infine, un "barlume" di speranza in una soluzione più alta al fatto che la realtà, alla fine, è difficile da comprendere, potrebbe derivare dalla più ampia introduzione delle intelligenze artificiali nel panorama moderno. Oggi tendiamo a dibatterne per di più il loro carattere di strumenti per creare contenuti, ma la verità è che possono rappresentare delle potenti forze democratizzanti nel campo della conoscenza e dell'informazione. Le AI (e non necessariamente i LLM. Cioè i Large Language Models alla ChatGPT. Cioè i programmi che parlano), con la loro capacità di analizzare e sintetizzare enormi quantità di dati, potrebbero offrirci nuove, e più accessibili prospettive sulla complessità del mondo. Attraverso l'uso di queste tecnologie possiamo forse sperare di superare alcuni dei limiti umani nell'elaborazione e comprensione delle informazioni, aprendo la strada a un'era di migliore selezione e filtraggio della verità. Qualcosa che, possedendo in teoria molti meno bias persino rispetto all'esperto (che comunque non sarebbe mai rimpiazzato, ma semmai potrebbe avere a sua disposizione un potente strumento con cui ridurre i propri margini di errore), potrebbe aiutarci a mappare il mondo in modo più netto, e così finalmente allontanarci da questa esigenza compulsiva di ricercare le risposte nel guru o nello sciamano di turno. Molti potranno giustamente evidenziare che non siamo ancora arrivati a una simile precisione e complessità; od affermare che la AI presenta comunque altri tipi di bias e imperfezioni: tutte obiezioni giustissime. Vedete la mia come una speranza e un possibile punto di arrivo; qualcosa le cui imprecisioni e incertezze potenziali finiranno con l'essere di gran lunga inferiori rispetto a ciò che è offerto dal processo conoscitivo attuale. A mio avviso non siamo poi così distanti da quel momento.

 

Lo strumento pratico: "Decodifica intuitiva"

Affrontare l'ambiguità informativa contemporanea richiede un sofisticato equilibrio tra intuizione critica e pragmatismo. Richiede anche tanto studio, ma è ovvio che siamo esseri dalle risorse limitate e quindi non possiamo certo pensare di leggere un'enciclopedia di chimica ogniqualvolta dobbiamo cuocere un piatto di pasta. La "Decodifica Intuitiva", in questo senso, si propone come "gioco", come metodo "ludico" e accessibile per affinare la nostra capacità di discernere la veridicità delle informazioni, e al contempo dedurne delle azioni pragmatiche. Questo approccio si basa su due pilastri fondamentali: la "risonanza emotiva" e la "verifica istantanea".
  1. Risonanza emotiva: quando ti imbatti in una teoria o in un'affermazione, prenditi un istante per ascoltare la tua reazione emotiva. Domandati: "Questa informazione suscita in me un'emozione immediata, come rabbia, paura o euforia?" Se la risposta è affermativa, potrebbe esserci una manipolazione emotiva sottostante. Tale reazione emotiva istantanea deve fungere da campanello d'allarme, suggerendoti che l'informazione in questione probabilmente merita un esame più attento.
  2. Verifica istantanea: invece di avventurarti in lunghi studi o ricerche (che sì, potrebbero essere necessarie in alcuni casi; ricorda tuttavia che questo è uno strumento "ludico" e inadatto a situazioni critiche o complesse), prova a optare per "il miglior controllo possibile nel minor tempo possibile" per l'informazione che, nel punto precedente, ha toccato le tue corde più delicate. Prova a cercare nel tempo a tua disposizione la fonte più autorevole e riconosciuta per validare o confutare l'affermazione in questione. Può trattarsi di una verifica su un sito di fact-checking o di una breve consultazione con un professore o esperto nel settore. L'elemento cruciale è l'efficienza: prova a unire la rapidità di verifica all'affidabilità della fonte, e vedi cosa ne riesci a ottenere.
Il complottismo può facilmente agire come uno specchio delle paure e dei desideri collettivi, riflettendo ansie e incertezze profondamente radicate nella società. Va da sé che potremo "batterlo" solamente nel momento in cui ci sapremo prendere cura di queste insicurezze, e ci impegneremo per fornire, trovare, costruire risposte tanto "conoscitivamente migliori" quanto più accoglienti di ciò che cercano di smontare. La nostra naturale e biologica impossibilità di comprendere un mondo tanto complesso va compresa, accolta, dibattuta anziché continuamente attaccata o bollata come "stupidità" o "inattenzione". Non sarà un lavoro facile, ed è proprio per questo che si tratta di un impegno intellettuale straordinariamente importante e significativo. Sapremo prendercene carico?

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Danilo Lapegna

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